Messina. Mafia e politica, operazione “Provinciale”: 31 arresti

Messina. Mafia e politica, operazione “Provinciale”: 31 arresti

Associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, sequestro di persona, scambio elettorale politico-mafioso, lesioni aggravate, detenzione e porto illegale di armi, associazione finalizzata al traffico di droga: sono le accuse contestate dalla Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, a 33 persone coinvolte in un’operazione congiunta di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia contro i clan mafiosi messinesi. Per 21 e’ stata disposta la custodia cautelare in carcere, per 10 gli arresti domiciliari, per 2 l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. L’operazione, e’ il risultato di diverse attivita’ di indagine svolte dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei carabinieri di Messina, del G.I.C.O. della Guardia di Finanza e della Squadra Mobile, coordinate dalla D.D.A., che hanno consentito di svelare gli organigrammi e gli affari dei clan nelle estorsioni, nel traffico di droga e nel controllo di attivita’ economiche nel campo della ristorazione e delle scommesse. In particolare, le indagini dei Carabinieri hanno riguardato la cosca mafiosa che controlla il rione messinese di “Provinciale” capeggiata dal boss Giovanni Lo Duca e hanno portato al sequestro di un bar utilizzato come base logistica dal clan. Le indagini della Guardia di Finanza hanno colpito le attivita’ del gruppo criminale con al vertice Salvatore Sparacio, nel rione “Fondo Pugliatti”, documentando il controllo di attivita’ economiche e portando al sequestro di una impresa del settore del gioco e delle scommesse. E’ stato in carcere per 13 anni, alcuni dei quali al 41 bis, e appena scarcerato e’ tornato alla guida del clan. Oggi Giovanni Lo Duca, boss di Messina, e’ tornato in cella arrestato da Carabinieri, Finanza e Polizia coordinati dalla Dda della citta’ dello Stretto. Le indagini, avviate dopo la scarcerazione di Lo Duca, hanno accertato che il capomafia aveva riassunto le redini dell’organizzazione ed era riconosciuto come punto di riferimento criminale sul territorio, intervenendo “autorevolmente” nella risoluzione di controversie fra esponenti della criminalita’. Dopo quasi due anni di intercettazioni e servizi di osservazione, i carabinieri hanno documentato come il suo clan, attraverso il sistematico ricorso alle minacce e alla violenza, con pestaggi e spedizioni punitive, era riuscito ad affermare il pieno potere e a controllare le attivita’ economiche della zona. Base operativa era il bar “Pino” gestito da Anna Lo Duca, sorella del capomafia che trascorreva le sue giornate nel locale e li’ incontrava gli altri esponenti mafiosi per pianificare estorsioni e scommesse sportive anche per conto di un allibratore straniero. Il bar e’ stato sequestrato. Il boss gestiva le “vertenze” sul territorio (una donna si era rivolta a lui per far rilasciare figlio minorenne che era stato trattenuto contro la sua volonta’ da un pregiudicato che lo voleva punire per gli insulti postati su Facebook). Lo Duca sarebbe intervenuto ottenendo la liberazione del ragazzo. C’è anche un candidato al Consiglio comunale di Messina, non eletto nel 2018, tra gli arrestati della maxi operazione coordinata dalla Dda di Messina che all’alba di oggi ha portato all’emissione di 33 misure cautelari. In manette è finito Natalino Summa, 52 anni, che nella primavera del 2018 si era candidato al consiglio comunale nella città dello Stretto. Ma il 10 giugno 2018 non fu eletto. L’uomo è accusato di voto di scambio. Secondo l’accusa Summa, sottoposto agli arresti domiciliari, avrebbe pagato diecimila euro per il sostegno elettorale del clan Sparacio. Le indagini tecniche degli investigatori peloritani hanno consentito “di captare alcune inequivoche conversazioni”, inerenti proprio la prova dell’offerta di denaro, per una somma pari a 10.000 euro, effettuata “al boss dal candidato politico, affinché procurasse un congruo numero di voti per la propria scalata elettorale”, spiegano gli inquirenti. Questa attività di procacciamento “vedeva in Francesco Sollima, 52 anni, ritenuto trade union tra il politico Natalino Summa ed il boss Salvatore Sparacio, che l’aspirante consigliere comunale incontrava con il padre Antonino Summa, 81 anni”. “I riscontri eseguiti hanno consentito di documentare come l’accordo illecito raggiunto consentisse di raccogliere, nei quartieri di operatività del gruppo mafioso, ed altri a questo collegati, in totale, ben 350 voti”, spiegano gli investigatori.