Confiscati beni per cinque milioni di euro ad un boss di Niscemi

Confiscati beni per cinque milioni di euro ad un boss di Niscemi

Stamane i poliziotti della Questura di Caltanissetta, unitamente ai militari della Guardia di Finanza di Caltanissetta, hanno eseguito un decreto di confisca di beni, per cinque milioni di euro, emesso lo scorso uno luglio, dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Caltanissetta, riconducibili direttamente al boss niscemese Arcerito Giuseppe Amedeo, inteso “u lumiaru” e/o “u dutturi”, nonché di altri beni formalmente intestati a terzi, segnatamente ai coniugi La Rosa Calogero e Arcerito Rosaria, rispettivamente cognato e sorella di Giuseppe Arcerito. Il Tribunale di Caltanissetta ha disposto la confisca dei seguenti beni intestati tutti ad Arcerito Giuseppe Amedeo: un fabbricato sito in Niscemi, contrada Ulmo snc, di 191 m², con relativo appezzamento di terreno di circa 100 are; un’autovettura Audi A4 Avant;un rimorchio agricolo Stima 60; due trattori agricoli; un conto corrente bancario. Detti beni erano stati sottoposti a sequestro nel gennaio del 2013, nell’ambito del procedimento di prevenzione istruito dal Tribunale M.P. di Caltanissetta a seguito di richiesta del Questore di Caltanissetta ed eseguito dal personale della locale Divisione Anticrimine. Il provvedimento di confisca in parola ha interessato anche sette capannoni; un fabbricato adibito ad uso dormitorio e un impianto di lavaggio all’aperto per mezzi industriali. Quest’ultimi beni confiscati nella disponibilità di Arcerito Giuseppe Amedeo, se pur formalmente intestati a La Rosa Calogero ed Arcerito Rosaria, erano stati già sequestrati in data nel marzo del 2014 dalla Squadra Mobile – Sezione Criminalità Organizzata di Caltanissetta. Arcerito Giuseppe Amedeo, medico dentista, con studio già sito in Niscemi, è stato più volte denunciato per associazione di tipo mafioso; tratto in arresto nell’ambito dell’operazioni di polizia “Ricostruzione”, nel giugno 2001 veniva condannato nel 2002 dal Tribunale di Catania alla pena di anni 3 di reclusione perché ritenuto colpevole di associazione mafiosa e di vari episodi di estorsione ed incendio, la cui sentenza è divenuta definitiva nel 2003. Tratto in arresto da personale di quest’Ufficio nel corso dell’operazione di Polizia denominata “Parabellum”, eseguita in data 25 luglio 2011, in quanto colpito da ordinanza di custodia cautelare, emesso in data 21 luglio 2011 dal G.I.P. presso il Tribunale di Catania, in quanto indagato, in concorso con altri, per il reato di associazione di tipo mafioso, commesso a Niscemi dal 1996 al 1999; nonché per il delitto di concorso in omicidio aggravato, per avere, in concorso tra loro e con Pitrolo Antonino e Buzzone Giuseppe, in qualità di concorrenti morali, cagionato la morte di Campisi Alfredo, consumato in agro di Acate (RG) il 6 novembre 1996. Il relativo processo di 1° grado, celebrato presso la Corte d’Assise di Siracusa, si è concluso il 19.03.2015 con la condanna dell’Arcerito alla pena di anni 6 di reclusione avendo riconosciuto l’imputato colpevole del delitto di associazione di tipo mafiosa, per aver fatto parte di una organizzazione denominata “cosa nostra”, clan Madonia di Niscemi. Le indagini della Squadra Mobile hanno permesso di individuare i beni, oggetto del sequestro prima e di confisca oggi, il cui proprietario sebbene non figurasse ufficialmente, era proprio Arcerito Giuseppe Amedeo. A sostegno di tale tesi, le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia niscemesi, Pitrolo Antonino e Chiavetta Giuliano, nonché del dichiarante Giugno Giancarlo e della dichiarante Pisano Giovanna, sorella del noto killer niscemese di cosa nostra Pisano Vincenzo.
Scattavano così ulteriori indagini patrimoniali condotte dalla Squadra Mobile – Sezione Criminalità Organizzata, dal Commissariato di P.S. di Niscemi e dalla Guardia di Finanza di Caltanissetta, inizialmente su delega della Procura della Repubblica – Direzione distrettuale Antimafia – presso il Tribunale di Catania, emessa dal Sostituto Procuratore dr. Lucio Setola. Si accertava anzitutto documentalmente, presso il Comune di Niscemi, che i beni oggetto del sequestro, indicati dai collaboratori di giustizia come “i capannoni di Arcerito” erano strutture abusive, tant’è che, in data 7 novembre 2011, il Dirigente della Ripartizione Urbanistica del Comune di Niscemi ordinava la demolizione delle opere. Dette opere, ad oggi, oltre a non essere state demolite erano state nel tempo incrementate di ulteriori costruzioni, consistenti in capannoni, che analogamente verranno confiscate in forza del medesimo provvedimento. Quindi venivano svolti mirati accertamenti patrimoniali sia nei confronti del proposto Arcerito Giuseppe Amedeo, sia nei confronti del suo nucleo familiare, in particolare nei riguardi della sorella – Arcerito Rosaria che, unitamente al coniuge La Rosa Calogero, risulta intestataria dei beni in argomento. Successivamente venivano attivate indagini tecniche che venivano coordinate, dal mese di settembre 2013, dalla Procura della Repubblica – D.D.A. presso il Tribunale di Caltanissetta, Sost. Proc. Dr. Onelio Dodero, i cui esiti positivi permettevano di avanzare richiesta per l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale nei confronti di Arcerito Giuseppe Amedeo anche in relazione ai succitati beni, oggetto della confisca. Infatti, dai colloqui in carcere effettuati dal detenuto in questione con la sorella Rosaria e con il cognato La Rosa Gaetano emergeva in maniera lapalissiana l’interesse personale dell’Arcerito nella gestione “dei capannoni”, informandosi il predetto dell’andazzo di quegli affari.