Confcommercio: la chiusura alle 18 di bar e ristoranti sta distruggendo anche il settore moda

Confcommercio: la chiusura alle 18 di bar e ristoranti sta distruggendo anche il settore moda

Confcommercio, in seguito alla chiusura alle 18 di bar, ristoranti e pizzerie pubblica i dati che dimostrano come sia anche crollato il volume d’affari del settore moda. Nota integrale: 

Con la manifestazione del 30 Ottobre la Confcommercio e soprattutto il comparto di Federmoda ha voluto evidenziare le criticità del DPCM del 24 Ottobre in quanto, a seguito di restrizioni imposte per emergenza COVID, tali provvedimenti a cascata hanno contribuito in modo negativo su tale comparto. La chiusura alle 18.00 dei pubblici esercizi penalizza anche il dettaglio moda in quanto limita gli spostamenti delle persone proprio in quegli orari che generalmente sono dedicati allo shopping, tanto da spingere talune attività a considerare l’opportunità di chiusura anticipata anche dei nostri esercizi, ridurre almeno i costi fissi e gestire al meglio il personale. Per dare alcuni dati: si è registrato secondo fonti Confcommercio un calo nel I trimestre 2020 del -15,2% (il doppio rispetto alla media del totale dei beni) e del -45,2% nel II trimestre (dato che è quasi il triplo alla media del totale dei beni) senza presentare alcun cenno di ripresa nel III trimestre che non si è ancora concluso e che già registra il -14,5% ossia dieci volte superiore alla media totale. La cosa che preoccupa è che tenendo conto del periodo e della possibilità di incentivare la vendita di prodotti di stagione con promozioni e saldi (che come recita l’art.15 del Decreto Bersani-D.Lgs. 114/98” riguardano i prodotti, di carattere stagionale o di moda, suscettibili di notevole deprezzamento se non vengono venduti entro un certo periodo di tempo” ), il dato risulta ancor più preoccupante per l’assenza di una minima marginalità di sopravvivenza di qualsiasi attività economica. I dati sopra forniti possono essere quantificati in una stima di perdita da qua a fine anno di circa 20 miliardi di euro di consumi solo nel suddetto settore.

Da quanto ciò premesso chiediamo quanto segue: 1. Occorre da subito estendere a tutto il 2020 il credito d’imposta per gli affitti anche per i negozi di moda che hanno visto ridurre il proprio giro d’affari a fronte di canoni di locazione rimasti invariati. 2. A fronte di un verosimile aumento delle rimanenze anche della stagione Autunno/Inverno, che rischieranno di mettere definitivamente in ginocchio le nostre attività, occorre prevedere una detassazione o meglio rottamazione delle rimanenze anche in considerazione dell’introduzione del credito d’imposta sul valore delle eccedenze di magazzino come quello introdotto dall’art. 48 bis del DL Rilancio che comunque va esteso per principio al comparto commerciale. Il problema ricade, infatti, proprio sugli operatori del dettaglio che hanno ordinato la merce otto mesi prima della consegna, sulla base di previsioni stilistiche di terzi e di previsioni di vendita in tempi di normalità economica, assumendosi di fatto l’intero rischio (divenuto certezza con il problema da Covid-19) dell’invenduto, a fronte di un sistema manifatturiero che ha prodotto sul venduto, una volta raccolti tutti gli ordini. Si fa presente, inoltre, che le sole notizie sui media di un ipotetico nuovo lockdown e delle prescrizioni degli ultimi DPCM del 13, 18 e 24 ottobre, hanno originato un blocco dei consumi con incassi crollati per più del 70% e conseguente ripercussioni sulla filiera in tema di pianificazione dei pagamenti ai fornitori della collezione autunno/inverno 20/21 che, dopo le difficoltà operative della primavera e gli accordi tra gli stessi fornitori e gli Istituti di credito, stavano tornando ad una certa regolarità.

Il nuovo blocco rischia di far saltare nuovamente tutti i piani di rientro. 3. Va previsto un contributo a fondo perduto del 50% della differenza dei corrispettivi dell’ultimo trimestre 2020 sull’ultimo trimestre 2019, in quanto i nostri imprenditori – reduci da una stagione primavera/estate in grave perdita – difficilmente riusciranno a coprire debiti per mancanza di utili. 4. Va prevista, infine, una moratoria sui versamenti tributari e contributivi a tutto il 2021 e in previsione di una ripresa anche al 2022. 5. Sospensione al 31 dicembre 2020 degli incassi dei titoli di credito e per ogni altro atto avente efficacia esecutiva ex art. 11 del DL Liquidità 6. Sospensione mutui e leasing bancari aziendali fino al 31 dicembre 2021 (ad oggi sospesi fino al 31 dicembre 2020) e dei mutui e leasing personali 7. Prosecuzione della CIGS fino a tutto il 2021 8. Infine, si avanza la possibilità di intervenire a sostegno della filiera della moda attraverso agevolazioni a favore di tutte quelle imprese che, per far fronte alla equa distribuzione dei rischi e delle perdite, abbiano concesso o concedano erga omnes sconti o annullamenti sugli ordini già effettuati a valle. Al primo posto, si mette sempre la salute dei cittadini, ma anche degli imprenditori e degli addetti, ma è difficile digerire questi provvedimenti quando i nostri imprenditori hanno investito importanti risorse per il rispetto dei protocolli e delle linee guida per la sicurezza ed anche per la digitalizzazione, puntando sulla multicanalità, promuovendo nuovi servizi, incrementando sconti che vanno, però, a ridurre la marginalità e di conseguenza la possibilità di sopravvivenza. Tuttavia non si comprende il perché, ancora oggi, a distanza dal lockdown del 9 marzo, le nostre attività debbano essere ancora messe al centro delle discussioni e delle soluzioni per arginare la diffusione del virus, avendo avuto tutto il tempo per poter valutare possibili scenari ed interventi alternativi. Le nostre attività, seppur non oggetto di attenzione diretta dei DPCM, lo sono nella vita reale e non possono assumersi questo carico da soli e senza prospettive. Vanno aiutati, perché il problema non è e non sarà solo loro. Ebbene, se per avere aiuti a fondo perduto è necessario subire delle restrizioni, lo chiediamo a gran voce: “SI CHIUDANO I NEGOZI DI MODA” e ci si assuma tutte le responsabilità del caso, perché se non lo farà una norma, lo farà il mercato.