A Villalba la nuova presentazione de “La ragnatela del potere”

A Villalba la nuova presentazione de “La ragnatela del potere”

Sabato 26 agosto alla Biblioteca comunale, il giallista Jim Tatano condurrà amici e lettori tra i misteri fitti di una Roma poco conosciuta

VILLALBA – Dalla Porto Empedocle di Andrea Camilleri per la “Strada degli Scrittori”, alla Racalmuto di Leonardo Sciascia per il contest “Ars Legendi”, fino alla prestigiosa rassegna LicatAutori a firma del noto sociologo Francesco Pira, non si ferma il tour letterario di Jim Tatano, il giovane giornalista e scrittore da poco in libreria con il suo nuovo libro “La ragnatela del potere” edito da Bonfirraro. Dopo le numerose tappe che lo hanno portato in giro per la Sicilia, il valente scrittore – tra i semifinalisti del prestigioso premio letterario “Grotte della Gurfa” – presenterà il suo ultimo romanzo a Villalba, nel nisseno, sua terra d’origine.
L’appuntamento è previsto per il prossimo sabato 26 agosto e si svolgerà presso la biblioteca comunale “A. Iucolino”, a partire dalle 18:30. Nel corso dell’incontro, l’autore dialogherà insieme ai docenti di Lettere Giusi Immordino e Mariano Mistretta, con la moderazione della giornalista Flavia Fruscione.
Un’altra occasione, dunque, da non perdere per tutti gli appassionati del noir e non solo. “La ragnatela del potere” è, infatti, un thriller dalla trama misteriosa e molto coinvolgente, ricco di spunti di riflessione come il reale volto del potere, rete spionistiche, società civile, società segrete e rapporti tra élite di potere, e molto altro.
Alla morte del nonno bibliotecario, infatti, il protagonista Davide Majorana, riceve una fortissima eredità fino ad allora sconosciuta. Ormai, da ricco, il paese siciliano in cui è nato non è più un posto adatto a lui e così si trasferirsi a Roma. Ma non ha pace… si chiede da dove derivino quelle somme ingenti… tutto è inspiegabile! Si dipana da qui un intricato gioco di potere in cui rimarrà impigliato anche il protagonista, tra violenze, indagini di spionaggio, incontri con società segrete col ritmo scandito dallo stato di tensione. Davide, piccolo uomo di una sonnolenta città di provincia, si immergerà in una vera e propria ragnatela inestricabile e senza scampo, dove i luoghi incantati di una Roma romantica, come il noto Caffè Rosati e la indecifrabile Piramide Cestia, si trasformano in un inferno. Come un lungo piano sequenza cinematografico, il lettore verrà sbalzato nelle atmosfere gotiche della capitale e, disarmato e confuso, verrà catapultato verso un inaspettato finale mozzafiato…
La scrittura incalzante e densa di Tatano accompagna cadenzatamente tutto il racconto ed è in grado di costruire l’immaginifico sul reale, non dimenticando mai di intrecciare il personale e il politico, pezzi di storia d’Italia avvolti ancora da troppi misteri con l’ansia di rivolta e riscatto, e ancora brandelli di memoria e di vissuto tragico o comunque borderline, con denunce e ritratti a tinte fosche della realtà quotidiana.

Ma conosciamolo meglio questo scrittore in erba che sta conquistando via via il cuore di ogni lettore con le sue volute stilistiche e i suoi messaggi visionari che mozzano il fiato…

– Chi è Jim Tatano? Da dove viene?
«È innanzitutto un lettore e una persona che ha molte curiosità, le due cose sono collegate. Dopo di che è un giornalista, uno scrittore, un osservatore della società, una persona che non ama le prepotenze. Una figura che coltiva dei difetti vistosi, a cui piace viaggiare, ascoltare musica, non guarda molta televisione, si interesse di lingue straniere e dialetti, insomma niente di eccezionale.
Viene da un piccolo paese, Villalba, nel nisseno, che nasconde delle unicità, ma è legato a molte altre città. Inoltre, da cittadino del mondo, ne osserva la teatralità tipica di tutti i paesi siciliani, e sa bene che i confini oggi sono dei concetti labili».

– Che tipo di terra è la sua?
«La terra delle contraddizioni, perché se vista da un’ottica individuale o collettiva cambia e sa essere grandiosamente umana e ferocemente atroce in entrambe i casi. Forse mancano le mezze misure, e la voglia di superare la soglia delle abitudine, del “si è sempre fatto così”. Il coltivare se stessi, nella mia terra, non è ancora una priorità, un anticorpo contro le sopraffazioni e le vessazioni».

– Da dove è partita l’ispirazione per il suo nuovo romanzo?
«Alla stessa domanda riguardante Il nome della rosa Umberto Eco rispose: “Avevo voglia di uccidere un monaco”; io con pari ironia potrei rispondere: “Avevo voglia di portare scompiglio nell’establishment”»!

– A un primo sguardo, il suo romanzo sembra corrispondere a una precisa colonna sonora, come fosse già un film bell’e girato. Quanto il suo amore per la musica influenza il suo universo letterario?
«La musica influisce su tutte le azioni della mia vita, senza alcuna eccezione. Di conseguenza, è un elemento importante, anche se non l’unico, e non sempre il principale, in rapporto a ciò che scrivo. Forse questo avviene per la volontà di voler vanamente imitare la forza e l’immediatezza espressiva, comunicativa ed emotiva che ha la musica. Ascolto tantissima musica, non esiste genere musicale di massa che non faccia parte della mia collezione, mi affascina molto l’aspetto sociologico, poetico, comunicativa e artistico in genere di un brano, una band, un artista, una corrente musicale. La musica nasconde molti misteri e con questo aspetto di forte attrattiva e fascino molto spesso mi rapporto».

– Dopo alcune pubblicazioni di successo, questa volta ha optato per un noir “tutto italiano”. Perché?
«Così come mi piace leggere libri di diverso genere, mi piace anche sperimentare generi diversi nella scrittura. Inoltre, a parte personaggi e scenari secondari, i miei scritti hanno connotazioni da italiano innamorato dell’Italia. Le mie avventure avvengono in Italia, i miei personaggi sono italiani, anche giocando su certe ambiguità, ma principalmente per sottolineare che la nostra Nazione ha molto da mostrare prima di tutto a noi stessi, grazie ad una grande Storia che tendiamo a dimenticare.
Nel XVI secolo gli scrittori inglesi ambientavano le loro opere teatrale in Italia in quanto luogo perfetto per intrighi, cospirazioni, amori dalla forte passione emotiva, oggi quel “pregiudizio” è scemato, ma già dal XVII secolo l’Italia era tappa fissa del “gran tour” e da allora resta lo scenario perfetto per molti aspetti della vita e dell’arte, non solo negativi o sanguinari».

– Quanto c’è del suo essere nel personaggio di Davide Majorana?
«Praticamente nulla. Davide Majorana, da un lato è un insospettabile sovversivo della specie più pericolosa, anche se non sembra. Infatti pur essendo ricchissimo non sottostà alle regole del vivere comune dettate dal Mercato, dal consumismo, da qualsiasi forma sfrenata di neoliberismo, attualmente unico e incontrastato selciato da percorrere. “Consumo, dunque sono” direbbe Qualcuno; Majorana è ricco, ma non consuma come si pretenderebbe: un eretico moderno quasi invisibile.
Dall’altro lato, come molti giovani è un po’ vittima degli eventi, ma sa essere eroico, coraggioso, capace d’amare di vera passione e di possedere veri valori morali».

– Che tipo di congruenze ci sono tra la Roma del suo romanzo e quella degli ultimi fatti di cronaca (mi riferisco in particolar modo a Mafia capitale)?
«Le vicende di Mafia capitale mostrano una corruzione senza freni, dilaganti, alla deriva in ogni settore dello Stato debole, una consorteria che è famelica di denaro e dei suoi derivati: potere, privilegi, senso di impunibilità ecc. Invece le vicende del mio romanzo ci mostrano qualcosa al di sopra, e cioè che si è accecati dal potere in sé, dal potere puro, e si subiscono atroci conseguenze sia nel desiderarlo che nel contrastarlo. Mafia capitale è immagine di ciò che è il Paese (sia nel piccolo che nel grande), il mio romanzo è immagine di ciò che si nasconde nel Paese, poteri che si oppongono tra loro per essere uno al di sopra dell’altro. Però va detto che il mio romanzo rispecchierebbe di più una visione del potere a cavallo tra la cosiddetta Prima Repubblica e i primissimi anni del XXI secolo, oggi qualcosa è cambiato, e non credo in meglio».
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