“Operazione Opuntia”, nuovo colpo a “Cosa nostra” agrigentina -Video

“Operazione Opuntia”, nuovo colpo a “Cosa nostra” agrigentina<span class='video_title_tag'> -Video</span>

I Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse nei confronti dei vertici e degli affiliati della famiglia mafiosa di Menfi. Il blitz, ordinato nella notte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo con il nome in codice “Operazione Opuntia”, è stato eseguito da 100 militari, con l’ausilio di unità cinofile e di metal detector per la ricerca di armi. Gli arrestati sono tutti indicati come appartenenti a “Cosa nostra” agrigentina e di aver perseguito, nella valle del Belìce, il controllo di attività economiche e di appalti pubblici. Documentati collegamenti con capi mandamento e capi famiglia di Sciacca e dintorni. L’indagine, che segue di poco la recente vasta operazione antimafia convenzionalmente denominata “Montagna” che ha già colpito tre mandamenti agrigentini e 16 clan ad essi collegate, ha di fatto azzerato la famiglia mafiosa operante nel territorio di Menfi. Accertato anche il coinvolgimento di un elemento apicale della famiglia mafiosa di Sciacca.

I provvedimenti restrittivi scaturiscono da una complessa e prolungata indagine condotta sin dal 2014 dalla Compagnia Carabinieri di Sciacca sotto il coordinamento della Dda di Palermo. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso armata, con l’aggravante dell’aver perseguito il controllo di attività economiche e di appalti pubblici.

I Carabinieri, attraverso una fitta rete di pedinamenti ed intercettazioni, sono riusciti a documentare come gli indagati avessero riorganizzato la famiglia mafiosa di Menfi, dopo essere entrati in contatto con elementi del calibro di Leo Sutera, già capo del mandamento di Sambuca di Sicilia e con il benestare di Pietro Campo, capo della famiglia mafiosa di Santa Margherita di Belìce e di Montevago. Questi ultimi, indagati in altri procedimenti, non risultano colpiti dall’odierno provvedimento restrittivo. La riorganizzazione della famiglia di Menfi si era resa necessaria a seguito di un’altra imponente operazione dei Carabinieri, condotta nel 2008 con il nome in codice “Scacco Matto”, che aveva portato alla totale disarticolazione di “Cosa nostra in tutta la valle del Belìce. L’indagine ha permesso di fare luce sugli attuali assetti organizzativi e gestionali in seno all’organizzazione, delineando compiutamente i ruoli direttivi assolti dai capi famiglia di Menfi e Sciacca e la piena disponibilità nei loro confronti da parte dei rimanenti affiliati. Durante le varie fasi dell’inchiesta, gli indagati si sono dimostrati particolarmente attenti sia negli spostamenti, sia nel parlare tra di loro, limitando al massimo gli incontri, che avvenivano solo in luoghi isolati e insoliti, quali maneggi, abitazioni e persino ambulatori medici. Più di una volta, hanno tra l’altro chiesto ad officine meccaniche compiacenti, di eliminare microspie dalle autovetture in loro uso.

L’inchiesta si è incentrata principalmente sulla figura del capo della famiglia mafiosa di Menfi, il quale, al fine di ricostituire l’organizzazione menfitana, colpita nel 2008 dall’operazione “Scacco Matto”, ha in un primo tempo contattato Domenico Friscia, autorevole esponente di vertice della famiglia di Sciacca. Ha poi sondato il terreno con il medico Pellegrino Scirica per comprendere se questi avesse preso o meno le redini dell’organizzazione in un momento di sbandamento. Infine, prima di muoversi per tessere la sua ragnatela di contatti con picciotti a sua disposizione, ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione di Pietro Campo in occasione di due incontri avvenuti rispettivamente il 30 giugno e il 9 luglio 2015. Ottenuta l’investitura, la rinata famiglia di Menfi ha ripreso il controllo del territorio, iniziando dal business dell’imposizione dei video poker e delle slot machine negli esercizi commerciali della località rivierasca. Emblematica è la conversazione in cui gli indagati affermano: ”Ci dobbiamo mettere con le macchinette e ce li prendiamo noialtri i soldi!”.

Gli incontri documentati dai Carabinieri avvenivano nei luoghi più disparati. Molto spesso all’interno o nei pressi dell’ambulatorio medico menfitano messo a disposizione da una delle figure centrali dell’inchiesta, il medico di base menfitano Pellegrino Sscirica. Questi, oltre a veicolare le informazioni all’interno dell’organizzazione, è sovente intervenuto nella gestione degli affari dell’associazione, incontrando persino, in una circostanza, Leo Sutera. Tra gli elementi apicali coinvolti nell’indagine, risulta esservi anche Domenico Friscia, personaggio di spicco della famiglia di Sciacca, già noto nell’ambito di altri procedimenti penali, il quale si sarebbe anche attivato al fine di procurarsi armi da fuoco da tenere nella disponibilità dell’organizzazione. Tutti i destinatari della misura, il 6 luglio 2016, furono già arrestati dai Carabinieri di Sciacca, per le stesse ipotesi di reato in esecuzione di un fermo di indiziato di delitto emesso dalla Dda di Palermo.

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